Studio di casi specifici
Primo studio di caso composito
Olivia visitò una chat room dove poteva parlare con amici del suo complesso musicale preferito. Un ragazzo che non aveva mai conosciuto lesse il suo profilo e la salutò. Iniziarono quindi a chattare e ad Olivia piacque: lui pareva essere d’accordo con ogni cosa che lei pensava e diceva, e le sembrò un tipo in gamba. Poco tempo dopo lui le chiese il suo indirizzo Instant Messenger così da poter parlare più in privato.
Olivia lo inserì nel suo elenco di contatti e dopo qualche settimana di conversazioni quotidiane tramite IM ritenne di conoscerlo ormai bene. Il ragazzo le inviò una sua fotografia e lei pensò che era proprio carino, perciò quando lui le chiese di inviargli una sua fotografia un po’ sexy, nonostante certi timori, lo fece. Lui le disse che era straordinaria e suggerì un incontro.
A questo punto Olivia si sentì un po’ a disagio in quanto, dopotutto, era ancora un estraneo, nonostante andassero molto d’accordo, quindi rifiutò di incontrarlo. Ma il suo nuovo “amico” si arrabbiò e divenne aggressivo, fino a minacciarla che se non lo avesse incontrato avrebbe inviato la fotografia sexy a tutti quanti nell’area chat.
Olivia si sentì mortificata e non sapeva cosa fare, soprattutto perché aveva iniziato a preoccuparsi di quali fossero le vere intenzioni “dell’amico”: non solo la ricattava, ma faceva anche dei commenti allusivi che la mettevano molto a disagio.
Uno degli amici di Olivia le disse che non doveva tollerare “tipi strampalati” come quello, e le consigliò di salvare le conversazioni che aveva con lui e di trasmetterle alla Virtual Global Taskforce incollandole sul modulo di denuncia. Questo venne quindi mostrato ad un funzionario di polizia che iniziò ad indagare. Olivia fu sollevata dal non dover più trattare con quell’uomo da sola, ed inoltre trovò molto aiuto e supporto sul sito web.
Secondo studio di caso composito
Una madre informò la VGT che una persona si era inserita abusivamente in un account di un amico di suo figlio riuscendo a mettersi in contatto con il figlio stesso. Lei lesse dei messaggi di posta elettronica dove tale persona chiedeva il numero di cellulare del figlio. Parlò quindi con il figlio ed emerse che la persona aveva organizzato un incontro con lui in un posto appartato, un luogo deserto della zona. La madre riuscì ad impedire che il figlio si recasse all’incontro e denunciò la faccenda alla VGT. Dai dati riferiti il funzionario di polizia fu in grado di identificare la persona e diede alla madre dei suggerimenti su come accertarsi della sicurezza del figlio. Risultò che la persona era un uomo di 41 anni e non un ragazzino come aveva fatto credere.
Una madre presentò un reclamo che un uomo aveva messo in mostra i propri genitali tramite webcam ai suoi figli di 9 e 13 anni. In seguito alle indagini condotte risultò che un uomo di 25 anni si era inserito su un sito popolare di adolescenti spacciandosi per un ragazzino: disse infatti di avere 14 anni. Venne presentata una denuncia alla VGT e quindi trasmessa ad un funzionario di polizia. La ditta che gestiva il sito proibì l’accesso all’uomo ed il funzionario potè informare la madre che, essendosi messo in mostra in tal modo, l’uomo aveva commesso un reato di atti di libidine con o nei confronti di un minore. La madre fu quindi in grado di presentare una denuncia dettagliata alla polizia locale affinché questa potesse procedere con le misure giudiziarie del caso.
Jennifer ha 13 anni e gioca regolarmente ad un gioco di ruolo di fantasia. Questo ha un sistema di chat che le piace perché le permette di passare rapidamente ai livelli più avanzati. Jennifer iniziò a chattare con una persona che ben presto le chiese dettagli personali, come ad esempio il suo numero di cellulare. Le chiese anche se voleva fare del sesso. Jennifer smise immediatamente di usare la funzione chat del gioco, ma dopo qualche giorno scoprì che attraverso il gioco la persona aveva ottenuto accesso al suo conto IM. Si rivolse quindi alla VGT e fu in grado di fornire il profilo di un uomo di 34 anni. Venne presto contattata da un funzionario di polizia che le suggerì di riferire l’accaduto ad una persona adulta fidata. Venne informato anche il gestore del sito in modo da poter effettuare dei controlli. Poiché l’account di Jennifer era stato piratato, le venne consigliato di informare anche il suo fornitore di accesso a Internet e di non riferire dettagli personali o accettare file poiché era stato probabilmente in quel modo che la persona era riuscita ad inserirsi sul suo account. Le fu inoltre suggerito di parlarne con i suoi amici e di stabilire verbalmente una password da utilizzare tra loro per essere certi di sapere con chi stanno parlando. Venne quindi informata la polizia locale.